Quando il dolore si misura in modo diverso: perché genitori e medici non sempre vedono la stessa malattia

La gestione dell’artrite idiopatica giovanile (AIG) è una sfida non solo clinica, ma anche comunicativa. Nelle visite ambulatoriali non è raro che la percezione del medico sull’attività della malattia differisca da quella del bambino o dei genitori. Ma da cosa nasce questa discordanza? È solo una questione di sintomi oggettivi o entrano in gioco anche fattori emotivi, cognitivi e relazionali?

Un recente studio multicentrico finlandese ha provato a dare una risposta sistematica a questa domanda, esplorando un aspetto spesso trascurato: il ruolo delle strategie di coping del dolore, in particolare la tendenza a “catastrofizzare”.

Lo studio ha coinvolto 186 famiglie con bambini di nuova diagnosi o sospetto di AIG, arruolati in otto centri reumatologici. A ciascun bambino e genitore è stato chiesto di esprimere una valutazione globale dello stato di salute (PatGA e ParGA) su scala analogica visiva e di completare questionari sulle strategie di gestione del dolore. I reumatologi, parallelamente, hanno espresso la loro valutazione clinica dell’attività della malattia (PhGA), basata su criteri oggettivi come il numero di articolazioni attive (AJC) e gli indici infiammatori.

La discordanza tra le due percezioni è stata calcolata sottraendo la valutazione del medico da quella del paziente o del genitore. In altre parole, quando il punteggio del genitore o del bambino risultava molto più alto, si parlava di “discordanza positiva” – una percezione soggettiva di malattia più grave rispetto a quella osservata dal clinico.

Quali sono i risultati? Una discordanza significativa (≥30 mm su scala VAS) è stata rilevata nel 17% dei bambini e nell’11% dei caregiver. In entrambi i casi, la differenza era prevalentemente positiva: genitori e pazienti tendevano a percepire la malattia come più attiva di quanto valutato dal medico. Un disaccordo quindi che parla di più del dolore che delle articolazioni.

L’elemento più innovativo dello studio riguarda il ruolo delle strategie di coping del dolore, indagate tramite strumenti validati (PCSped per i bambini, PCSpar per i genitori). Tra le varie strategie (distrazione, ricerca di supporto sociale, autoaffermazione), la catastrofizzazione è risultata la più strettamente associata alla discordanza. Nei genitori, un punteggio elevato di catastrofizzazione – ossia la tendenza a pensare che “il dolore non passerà mai” o che “niente potrà aiutare” – si correlava in modo significativo a una percezione più grave della malattia rispetto al medico (p < 0,005). In altre parole, più il genitore tendeva a vivere il dolore del figlio in modo ansioso e incontrollabile, maggiore era la distanza dalla valutazione clinica.

Nei bambini, invece, la discordanza era spiegata soprattutto da due fattori: maggiore intensità del dolore percepito e minore conta articolare attiva. Questo significa che, anche in presenza di un miglioramento oggettivo, il dolore soggettivo continua a pesare fortemente sulla percezione della malattia.

Questo studio getta nuova luce su un aspetto cruciale della pratica pediatrica: la comunicazione nella malattia cronica. Quando la percezione del genitore e quella del medico divergono, il rischio è duplice: da un lato si possono sovrastimare i sintomi, dall’altro si può generare sfiducia nel percorso terapeutico. Riconoscere e gestire questa discordanza non è solo una questione di empatia, ma di qualità dell’assistenza.

I risultati suggeriscono che durante le visite sarebbe utile affiancare alla valutazione clinica anche uno screening rapido delle strategie di coping del dolore di bambini e caregiver. Strumenti come i questionari PCSped e PCSpar sono brevi, fattibili nella routine ambulatoriale e possono aiutare a identificare famiglie che necessitano di un sostegno psicologico mirato.

Intervenire sulla catastrofizzazione genitoriale, ad esempio con programmi di educazione al coping positivo o counseling familiare, potrebbe non solo ridurre la discordanza medico-genitore, ma anche migliorare l’aderenza e l’efficacia del trattamento.

Come probabilmente anche per altre malattie croniche, la malattia percepita non coincide sempre con la malattia misurata, richiedendo quindi la necessità che sia da comprendere insieme tra tutti gli attori in causa.

La lezione di questo studio è chiara: nel caso dell’artrite idiopatica giovanile, il dolore e la paura del dolore plasmano profondamente l’esperienza del bambino e del genitore, influenzando la loro rappresentazione della malattia ben oltre gli indici infiammatori.

Riconoscere questa dimensione significa restituire al paziente pediatrico e alla sua famiglia un ruolo attivo, ma anche aiutare il clinico a interpretare meglio ciò che vede in ambulatorio.
Come ricordano gli autori, “valutare le strategie di coping del dolore come parte della cura di routine è fondamentale per individuare chi ha bisogno di empowerment e supporto psicologico”.

In definitiva, la sfida non è solo curare le articolazioni, ma armonizzare le percezioni, costruendo un linguaggio condiviso tra medici, bambini e genitori. Solo così la valutazione globale diventa davvero “globale”.

Pier Luigi Tucci

Parent and Physician Global Assessment Discordance in Juvenile Arthritis: The Role of Pain Coping Strategies

M. Backström, et al. 

https://doi.org/10.1016/j.jpedcp.2025.200186