Negli ultimi decenni, la diagnostica per immagini ha rappresentato una delle rivoluzioni più significative della medicina moderna. La possibilità di visualizzare con precisione strutture e funzioni corporee ha migliorato in modo sostanziale la capacità diagnostica, la pianificazione terapeutica e il monitoraggio di numerose condizioni patologiche. Tuttavia, l’altra faccia di questo progresso è l’esposizione a radiazioni ionizzanti, in particolare nei pazienti più vulnerabili: i bambini e gli adolescenti.
Negli Stati Uniti, ad esempio, si esegue più diagnostica per immagini pro capite, in particolare la tomografia computerizzata (TC), che in qualsiasi altro Paese, risultando quindi la principale fonte di esposizione alle radiazioni derivanti dall’imaging medico. Le radiazioni ionizzanti sono un cancerogeno noto da molto tempo, e numerose evidenze dimostrano una relazione dose-risposta tra esposizione alle radiazioni e rischio di cancro. Questo articolo offre una ampia e solida evidenza sull’associazione tra esposizione a radiazioni da imaging medico e rischio di tumori ematologici in età pediatrica.
Lo studio, condotto su una coorte di oltre 3,7 milioni di bambini nati tra il 1996 e il 2016 in sei sistemi sanitari statunitensi e in Ontario (Canada), ha seguito i soggetti fino ai 21 anni di età o fino al 2017, per un totale di 35,7 milioni di anni-persona di osservazione.
Durante il follow-up, sono stati diagnosticati 2961 tumori ematologici, la maggior parte dei quali linfomi o leucemie acute. L’analisi ha mostrato una chiara relazione dose–risposta tra la dose cumulativa di radiazioni assorbite dal midollo osseo e il rischio di sviluppare un tumore ematologico.
Rispetto ai soggetti non esposti, il rischio relativo cresceva progressivamente con l’aumentare della dose: da 1,41 per esposizioni tra 1 e 5 mGy, fino a 3,59 per dosi comprese tra 50 e 100 mGy. L’eccesso di rischio relativo per 100 mGy era pari a 2,54 (IC 95%: 1,70–3,51).
In termini pratici, un’esposizione cumulativa di 30 mGy — equivalente a circa due tomografie computerizzate (TC) del capo — era associata a un incremento di rischio del 76% rispetto a nessuna esposizione. L’incidenza cumulativa di tumori ematologici entro i 21 anni di età passava da 14,3 a 39,9 casi ogni 10.000 bambini. Gli autori stimano che circa il 10% di tutti i tumori ematologici pediatrici potrebbe essere attribuibile all’imaging medico, soprattutto alla TC, principale fonte di esposizione.
Particolarmente interessanti sono i risultati specifici per sottotipo: l’associazione è risultata più marcata per linfomi non-Hodgkin, sindromi mielodisplastiche e tumori a cellule dendritiche, mentre non si è osservato un aumento significativo per il linfoma di Hodgkin. Le relazioni erano più forti nei primi anni dopo l’esposizione e nei bambini esposti dopo i 5 anni di età.
Questi risultati, coerenti con le evidenze del grande studio europeo EPI-CT, confermano che anche dosi relativamente basse, se cumulate nel tempo, non sono prive di rischio. Tuttavia, è fondamentale interpretare i dati nel giusto contesto: il rischio assoluto rimane basso, e nella maggior parte dei casi i benefici diagnostici di un esame indicato superano nettamente i potenziali danni a lungo termine.
Il messaggio centrale dello studio non è dunque “evitare la diagnostica per immagini”, ma “usarla con giudizio”. Ogni esame radiologico deve essere giustificato da un preciso quesito clinico e calibrato in base all’età, al peso e alla regione corporea del paziente. Le linee guida internazionali e i principi dell’iniziativa Image Gently forniscono strumenti concreti per ridurre la dose mantenendo un’elevata qualità diagnostica.
Il problema non risiede tanto nelle singole esposizioni necessarie, quanto nella somma di esami ripetuti o non indispensabili, spesso eseguiti in contesti di pronto soccorso o nel follow-up di condizioni croniche. In pediatria, l’appropriatezza prescrittiva è una competenza clinica e un dovere etico: evitare la ripetizione di esami già eseguiti, scegliere quando possibile tecniche non ionizzanti come ecografia e risonanza magnetica, e assicurare la corretta informazione ai genitori fanno parte integrante della buona pratica medica.
Uno degli aspetti più delicati riguarda la comunicazione del rischio. Genitori e pazienti devono essere informati in modo equilibrato: le radiazioni comportano un rischio piccolo ma reale, e la loro minimizzazione non deve tradursi in diagnosi mancate o ritardate. È importante che la consapevolezza del rischio non generi paura, ma promuova scelte diagnostiche più consapevoli e condivise.
Anche sul piano organizzativo, questo studio sollecita una riflessione sui protocolli ospedalieri e sulle responsabilità condivise. Radiologi, pediatri, medici di pronto soccorso e fisici sanitari devono operare in sinergia per sviluppare protocolli “child-sized”, ottimizzati per la popolazione pediatrica. L’introduzione di registri elettronici delle dosi e la tracciabilità delle esposizioni cumulative rappresentano strumenti sempre più necessari per una gestione responsabile dell’imaging.
Questo studio non solo conferma un rischio biologico noto, ma fornisce una base quantitativa affidabile per orientare le decisioni cliniche e le politiche sanitarie. Le implicazioni vanno oltre la statistica: richiamano l’intera comunità medica a un esercizio di equilibrio tra l’immediatezza del beneficio diagnostico e la tutela della salute futura dei bambini.
La lezione è chiara: in pediatria, ogni milligray conta. Ridurre l’esposizione non significa rinunciare al progresso, ma usarlo con responsabilità. Le tecnologie moderne offrono già strumenti per ottimizzare la dose e migliorare la qualità delle immagini; ciò che serve è un cambio culturale che metta la radioprotezione al centro della qualità assistenziale.
Pier Luigi Tucci
Medical Imaging and Pediatric and Adolescent Hematologic Cancer Risk
R. Smith-Bindman, et al.
DOI: 10.1056/NEJMoa2502098

