Vorrei condividere i dati e le osservazioni che nascono da uno studio recente condotto in Svizzera* ma che sembra davvero tanto adattarsi alla nostra realtà (in mancanza di dati italiani). Come dire: italiano? No, svizzero…
Questo studio sorprende per l’elevata frequenza (16%) di bambini con una intolleranza alimentare, riferita dai genitori (o dagli adolescenti stessi se >12 anni) in un questionario specifico compilato da oltre 2000 soggetti che porta ad escludere regolarmente uno o più cibi dalla propria alimentazione. Tuttavia, nel 55% di questi “intolleranti” nessuna indagine medica è stata eseguita a conferma del sospetto, solo una minoranza ha effettuato esami ematici o cutanei di tipo allergologico o altre analisi (vedi Figura). Quindi in oltre la metà dei casi è stata la sensazione clinica (del soggetto o della famiglia) a portare alla esclusione.
Percentuale di bambini e adolescenti con intolleranza alimentare riferita che si sono sottoposti ad indagini di conferma diagnostica.

L’intolleranza più riferita è quella alle componenti del latte (44%), ma sono frequenti anche quella alle noccioline (17%) , al pesce (8%), alle uova (8%), al grano (7%) e al glutine (6%). Nel 30% degli intolleranti l’esclusione è multipla.
Forse ancora più interessante, però, è il dato che il 12% di tutti i bambini e adolescenti che ha compilato il questionario afferma che sta riducendo il consumo di uno o più cibi anche in assenza di sintomi vagamente riferibili ad una intolleranza, esclusivamente per un motivo di salute! I cibi più comunemente esclusi in questi casi sono lo zucchero, i prodotti di origine animale, il grano o quelli contenenti glutine.
Qualche commento viene spontaneo.
-E’ vero che diagnosi di intolleranza alimentare è spesso difficile o indaginosa (es. breath test) e in certi casi non abbiamo ancora una diagnostica affidabile (es. ipersensibilità al glutine).
-E’ altrettanto vero che la presenza di sintomi aspecifici di disturbi funzionali gastrointestinali (es. dolore, meteorismo, ecc.) può avere cause di molteplici origine ma non ci dobbiamo stupire che il primo pensiero (del bambino, del genitore, del medico) va alla ricerca di un “cibo colpevole”.
-Consideriamo il caso di una patologia accertabile con rmaggiore sicurezza: l’allergia alimentare. Uno studio europeo multicentrico (Lyons SA et al, J Allergy Clin Immunol Pract 2020) ha paragonato la prevalenza di allergia alimentare tra 7 e 10 anni in base 1) a quanto riportato dai genitori in un questionario e 2) in base a quanto accertato con RAST: in tutti i Paesi, chi più chi meno, vi è un over-reporting di almeno 2-3 volte rispetto al dato RAST. Gli Autori inoltre sottolineano che quando è stato praticato il gold standard diagnostico (il test di provocazione) ciò ha ridotto ancora di molto il numero di bambini veramente allergici (1 su 10 presunti). Questo lavoro ci conferma che molti pensano o dicono di essere allergici ma pochi lo sono veramente.
-Ciò ci porta all’ultimo commento: dichiarare di avere una allergia o una intolleranza alimentare è di gran moda! Negli adulti, ma evidentemente anche nei bambini, a volte quello che non si mangia è quasi uno status symbol: sono quello che non mangio! Per motivi di salute, talvolta, ma anche per motivi etici, religiosi, sociali e di tendenza. Non ci soffermiamo qui sulla pressione commerciale all’uso di prodotti “senza” che evidentemente ha colto in anticipo questo fenomeno e lo cavalca da un po’. Su questo aspetto così attuale è bene approfondire e ci ritorneremo presto.
Paolo Brambilla
* Legeret C et al. Food intolerance in children and adolescents in Switzerland. Eur J Ped 2023; 182: 867-75.

