I disturbi alimentari nell’infanzia sono problemi molto comuni. Si stima infatti che circa il 25% dei bambini con sviluppo psicofisico normale e l’80% dei bambini con ritardo dello sviluppo possano presentare un disturbo della nutrizione e dell’alimentazione.
Nel periodo post-Covid sono aumentati i disturbi alimentari anche parziali in forme atipiche, che differiscono dagli altri Disturbi della Alimentazione perché tendono a manifestarsi in entrambi i sessi e possono manifestarsi nella prima infanzia. Quella su cui vogliamo soffermarci ora si chiama ARFID, conosciamola meglio assieme.
Cosa è la ARFID
Nel DSM-5 viene incluso il disturbo dell’assunzione di cibo evitante/restrittivo (ARFID), una condizione che comporta un peso ridotto, uno stato di malnutrizione e una disfunzione in termini psicosociali (vedi Tabella). In essa sono spesso presenti pattern tipici di rifiuto del cibo, caratterizzati da atteggiamenti oppositivi da parte del bambino (spingere o buttare via il cibo, piangere all’offerta) o da un apparente disinteresse per il cibo (addormentarsi e smettere di mangiare, tenendo il cibo in bocca). In generale, il disturbo alimentare può esordire tra i 6 mesi e i 4 anni di età.
Vengono descritti tre distinti sottotipi di manifestazioni:
- evitamento del cibo in base alle caratteristiche sensoriali (forma, colore, confezione e così via);
- evitamento secondario alla presenza di sintomi fobici (per es., dopo episodi di soffocamento);
- evitamento correlato al “disinteresse” per il cibo.
I bambini con ARFID hanno una prevalenza stimata tra il 5% e il 14%; i sintomi di presentazione più frequenti sono:
- diminuzione delle dimensioni delle porzioni,
- evitamento di cibi specifici,
- anamnesi di nausea e/o sazietà precoce.
Comorbidità: disturbi d’ansia generalizzati, disturbi ossessivo-compulsivi e, soprattutto nelle manifestazioni di selettività, disturbi dello spettro autistico.
Fattori di rischio
I gruppi a più alto rischio sono i neonati pretermine, quelli con un peso alla nascita inferiore al 10° percentile per l’età gestazionale, i bambini con anomalie craniofacciali e/o sindromi genetiche. Tutte le condizioni cliniche che implicano l’adozione di diete particolari, come per le malattie su base metabolico-genetica (diabete giovanile, fenilchetonuria, morbo di Wilson, ecc.) o per patologie gastrointestinali croniche (morbo di Crohn, rettocolite ulcerosa, sindromi da intestino corto, ecc.), possono rappresentare di per sé condizioni ‘predisponenti’ allo sviluppo di un disturbo alimentare.
Sono inoltre da monitorare tutte quelle condizioni cliniche in cui l’approccio al cibo, a partire dalle prime fasi dello svezzamento, può risultare difficoltoso o ‘atipico’.
L’ansia di un genitore per il bambino che non mangia può spesso portare all’innesco di dinamiche familiari disfunzionali durante i pasti e all’adozione di comportamenti di coping che rischiano di diventare essi stessi causa di malattia.
Cosa suggerire al genitore
- Il pasto dovrebbe essere consumato in un tempo ragionevole e non protrarsi troppo a lungo (non è utile tenere il piatto a tavola per un tempo illimitato in attesa che il bambino finisca la porzione).
- Invitare il bambino a provare cibi nuovi e poco graditi, in modo che possa sperimentare sempre il proprio gusto, senza soddisfare le richieste di pochi cibi abituali.
- Invitare il bambino a fare cinque pasti al giorno, facendo in modo che gli spuntini (metà mattina e metà pomeriggio) siano piccoli e costituiti da cibi sani, evitando di arrivare al pasto principale con poca motivazione.
Come trattare
In età evolutiva i comportamenti alimentari atipici possono essere gestiti con interventi di educazione alimentare, a partire dall’ambulatorio del pediatra. Tuttavia, quando ci sono allarmi per la presenza di un disturbo significativo è necessario un approccio multidisciplinare; pertanto, i pazienti devono essere indirizzati a centri specialistici dove possono essere seguiti da diverse figure professionali (pediatra/gastroenterologo e/o specialista nutrizionista, neuropsichiatra infantile, logopedista, terapista della riabilitazione).
Commento
Ricordiamoci nella pratica clinica quotidiana di questa condizione che viene descritta in aumento, rappresentando una delle cause più frequenti di malnutrizione infantile dei nostri tempi.
Nei casi sospetti cerchiamo di considerare le dinamiche relazionali familiari (madre-bambino, ma non solo) che vedono il pasto come momento di stress o di acutizzazione di un conflitto.
Immaginiamo un percorso terapeutico impegnativo per questa condizione che potremmo definire in certi casi una sorta di “autismo alimentare”.
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Tabella. Bandiere rosse per ARFID. |
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1. Il bambino mangia solo i suoi cibi preferiti |
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2. La maggior parte delle calorie assunte proviene da liquidi |
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3. Il bambino è distratto mentre mangia |
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4. Il bambino mangia cibo nascosto in altri alimenti o liquidi |
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5. I pasti durano più di 30 minuti |
Revisore dell’articolo: Angela Pasinato
Pitfalls and Risks of “New Eating Disorders”: Let the Expert Speak!
Nutrients 2023,15,1307
Alessia Salatto, Maria Pia Riccio, Raffaele Garotti, Carmela Bravaccio, Maria Immacolata Spagnuolo


