I disturbi del linguaggio e della parola rappresentano una delle principali cause di ritardo nello sviluppo nei bambini in età prescolare e costituiscono una ragione frequente di invio ai servizi di logopedia. Nonostante la crescente attenzione clinica e scientifica per l’individuazione precoce dei disturbi comunicativi, la diagnosi nei bambini bilingui rimane una delle sfide più complesse e dibattute. Le difficoltà derivano dalla necessità di valutare due (o più) sistemi linguistici, dalla carenza di strumenti testati in lingue minoritarie e dalla limitata disponibilità di informazioni contestuali fornite da genitori o interpreti. Lo studio retrospettivo condotto in Svezia su un’ampia coorte di 1025 bambini (<7 anni) offre un contributo rilevante per comprendere come età, genere e bilinguismo influenzino il percorso diagnostico nei servizi di logopedia pubblici.
In Svezia circa un terzo dei bambini in età prescolare vive in contesti bilingui. Lo screening linguistico avviene nell’ambito del sistema di Child Health Centre (CHC), che raggiunge quasi il 97% della popolazione infantile e rappresenta il punto nevralgico dell’identificazione precoce. Il ruolo degli infermieri del CHC è determinante nell’inquadrare difficoltà linguistiche, decidere quando indirizzare ai servizi logopedici e valutare se attendere o intervenire. In questo contesto, comprendere eventuali differenze nel timing diagnostico tra bambini monolingui e bilingui è cruciale per ridurre ritardi, evitare diagnosi inappropriate e assicurare equità di accesso agli interventi.
La coorte esaminata includeva 1025 bambini (706 maschi, 319 femmine), con un’età media di circa 4 anni. Il 32% proveniva da famiglie bilingui, con lingue minoritarie prevalentemente costituite da arabo siriano, curdo, somalo e tigrino. Sono state considerate unicamente le diagnosi logopediche principali.
Contrariamente alle attese, i bambini bilingui sono stati indirizzati e diagnosticati circa 3,5 mesi prima dei coetanei monolingui. Questo dato è sorprendente alla luce della complessità valutativa nei contesti plurilingui e suggerisce un’attenzione crescente (o una maggiore cautela) da parte degli operatori del CHC. È possibile che iniziative di formazione precedenti allo studio abbiano aumentato la sensibilità degli operatori verso i ritardi linguistici nei bambini bilingui.
Le bambine vengono diagnosticate mediamente due mesi più tardi dei bambini maschi. Tale differenza non sembra riflettere un diverso pattern evolutivo, ma piuttosto un ritardo nel riconoscimento dei loro bisogni: le bambine appaiono meno frequentemente segnalate ai 2,5–3 anni e più spesso solo al controllo dei 4 anni. Ciò può dipendere forse da aspettative culturalmente radicate o una minore visibilità dei comportamenti esternalizzanti nelle bambine.
Lo studio mostra un pattern diagnostico distinto. I bambini monolingui hanno più probabilità di ricevere diagnosi specifiche, come Disturbo specifico dell’articolazione del linguaggio (F80.0), Disturbo del linguaggio espressivo (F80.1). I bambini bilingui, al contrario, ricevono più frequentemente Disturbo misto recettivo-espressivo (F80.2) e Disturbo evolutivo non specificato del linguaggio e della parola (F80.9)
La maggiore prevalenza di diagnosi “generiche” nei bilingui solleva interrogativi sul rischio di sotto diagnosi o iper-generalizzazione dei problemi linguistici, che potrebbero riflettere carenze metodologiche negli strumenti disponibili o scarsa familiarità dei clinici con lingue e strutture grammaticali diverse.
C’è un ruolo dell’età nella tipologia diagnostica? I disturbi dell’articolazione (F80.0) risultano più comuni nei bambini ≥4 anni, mentre in età inferiore prevalgono difficoltà più ampie di linguaggio. Ciò riflette la maturazione naturale dei sistemi fonetico-fonologici e la maggiore facilità nel riconoscere deficit specifici quando il bambino è più grande.
Lo studio evidenzia vari punti critici che meritano attenzione. Abbiamo innanzitutto un rischio di bias nell’invio e nella diagnosi: le bambine rischiano di essere sotto-invitate, con potenziale ritardo di trattamento, mentre i bambini bilingui sono valutati più precocemente, ma ricevono diagnosi meno specifiche: un segnale sia di cautela dei professionisti sia di limiti tecnici nella valutazione bilingue.
Poi la valutazione nei bilingui richiede informazioni solide su entrambe le lingue, competenza fonologica e interpreti adeguati. Lo studio sottolinea come tali elementi possano non essere sempre disponibili e influenzare l’accuratezza diagnostica, da qui la necessità di strumenti e procedure sensibili e multilingue.
Da ultimo diagnosi generiche possono portare a interventi meno mirati o a monitoraggi inappropriati. Per contro, una diagnosi troppo precoce o troppo prudente nei bilingui potrebbe portare a percorsi non ottimali.
Anche se lo studio è stato condotto in una sola nazione, con potenziale limitazione nella generalizzabilità internazionale, lo studio offre evidenze importanti per clinici, logopedisti, pediatri e decisori sanitari:
- Occorre maggiore attenzione nell’identificazione precoce dei disturbi nelle bambine.
- Le valutazioni nei bilingui devono essere strutturate, culturalmente sensibili e basate su strumenti adeguati.
- È auspicabile un potenziamento formativo per il personale CHC e per i logopedisti sulle dinamiche del bilinguismo.
- È necessario sviluppare e validare strumenti diagnostici multilingue affidabili.
In prospettiva, emerge l’urgenza di condurre ulteriori studi in contesti geografici diversi, includendo un’analisi più approfondita di ruolo dell’interprete, contesto familiare, status socioeconomico e pratiche di screening nei circuiti di medicina preventiva.
Pier Luigi Tucci
Speech and language diagnoses in monolingual and bilingual preschool children: a retrospective cohort study in a Swedish healthcare setting
M. Eriksson, et al.
doi:10.1136/ bmjpo-2024-003188



