Il disturbo da deficit di attenzione/iperattività (ADHD) è associato da tempo a un rendimento scolastico inferiore, a un minore accesso all’istruzione superiore e a una maggiore probabilità di seguire percorsi professionali anziché accademici. Nella pratica clinica si raccomanda spesso una diagnosi precoce, nella convinzione che essa permetta un accesso tempestivo a trattamenti farmacologici, interventi psicoeducativi e misure di supporto scolastico.
Tuttavia, fino a questo studio non era stato chiarito se l’età alla prima diagnosi di ADHD fosse effettivamente associata agli esiti scolastici successivi.
L’ obiettivo di questo studio di coorte retrospettivo basato sui registri nazionali finlandesi era valutare se l’età alla prima diagnosi di ADHD fosse associata al rendimento scolastico a 16 anni, l tipo di diploma secondario superiore conseguito, all’iscrizione all’istruzione terziaria, e al rischio di abbandono scolastico.
Il campione finale era costituito da 580.132 individui seguiti fino all’età di 20 anni, dei quali 12.208 maschi (2,1%) e 3.753 femmine (0,7%) avevano ricevuto una diagnosi di ADHD. L’età media alla diagnosi era significativamente diversa tra i sessi: maschi: 11,3 anni – femmine: 14,4 anni. Questa differenza conferma la tendenza già osservata in letteratura a una diagnosi più tardiva nelle ragazze, probabilmente dovuta a una minore espressione di sintomi iperattivi e a una migliore compensazione scolastica nei primi anni.
Gli autori hanno considerato quattro principali indicatori scolastici: 1) Media dei voti (GPA) a 16 anni, 2) Conseguimento di un diploma di scuola secondaria superiore accademica o professionale, 3)Iscrizione all’istruzione terziaria a 20 anni, 4) abbandono scolastico a 20 anni, definito come assenza di diploma e mancata iscrizione a qualsiasi percorso formativo, e aggiustato i modelli statistici per numerosi fattori confondenti,
Il risultato dello studio è che una diagnosi ricevuta più precocemente era associata a risultati scolastici migliori. Tra i soggetti diagnosticati entro i 16 anni nei maschi, il GPA medio diminuiva progressivamente da 7,12 per chi riceveva la diagnosi a 4 anni a 6,52 per chi la riceveva a 16 anni, mentre nelle femmine, il GPA passava da 7,64 a 6 anni a 6,95 a 12 anni. Ogni ritardo nella diagnosi pertanto si associava a un peggioramento del rendimento scolastico. Va tuttavia sottolineato che, indipendentemente dall’età alla diagnosi, gli studenti con ADHD presentavano risultati peggiori rispetto ai coetanei senza ADHD.
Gli individui con diagnosi precoce avevano una probabilità maggiore di completare un percorso di scuola secondaria superiore accademica. Nei maschi tale probabilità passava da circa il 20,8% per una diagnosi a 4 anni a circa il 5,3% per una diagnosi a 15 anni, nelle femmine la probabilità scendeva dal 31% per diagnosi a 4 anni al 12% per diagnosi a 14 anni. Al contrario, una diagnosi tardiva era associata più frequentemente all’orientamento verso percorsi professionali.
L’accesso all’istruzione terziaria risultava meno frequente in tutti i soggetti con ADHD rispetto ai controlli.
La probabilità di iscrizione all’università rimaneva inferiore all’11% in tutte le età di diagnosi, con i valori peggiori osservati nei maschi diagnosticati tra i 14 e i 17 anni, nei quali la probabilità scendeva attorno al 3%.
Il dato più rilevante dal punto di vista clinico e di salute pubblica riguarda il rischio di abbandono scolastico: una diagnosi tardiva era associata a una probabilità molto più elevata di non completare alcun percorso di studio. Per i maschi il rischio di abbandono era al 9,2% quando la diagnosi è fatta a 4 anni, al 28,5% quando la diagnosi è fatta a16 anni. Per le femmine rispettivamente il 9,6% a 6 anni e 27,2%. a 13 anni.
In altre parole, il rischio di esclusione scolastica triplicava quando la diagnosi veniva formulata negli ultimi anni dell’istruzione obbligatoria.
Quali possono essere le possibili spiegazioni del vantaggio associato alla diagnosi precoce? Gli autori valorizzano l’accesso tempestivo ai trattamenti farmacologici e psicologici, la possibilità di attivare precocemente supporti scolastici personalizzati, la migliore consapevolezza da parte del paziente e della famiglia, con conseguente sviluppo di strategie di adattamento e autoregolazione. Al contrario, chi riceve una diagnosi tardiva dispone di meno tempo per beneficiare degli interventi prima del momento critico della scelta del percorso scolastico.
Questo lavoro ha un grande valore pratico perché fornisce una delle prime dimostrazioni, su larga scala, che la diagnosi precoce dell’ADHD non è soltanto un obiettivo teorico, ma si associa a vantaggi concreti e misurabili sul percorso scolastico. L’osservazione più importante è che il momento della diagnosi sembra rappresentare una finestra di opportunità. Identificare l’ADHD nei primi anni di scuola può modificare la traiettoria educativa, riducendo il rischio di insuccesso e di esclusione. Per noi pediatri di famiglia questo significa che ritardare la diagnosi non è neutrale. Un’attesa di anni può comportare una perdita progressiva di opportunità educative.
Questo studio conferma inoltre un tema sempre più discusso: le ragazze ricevono la diagnosi più tardi dei ragazzi. Perché queste diagnosi tardive? Le femmine con ADHD spesso presentano sintomi prevalentemente inattentivi, meno disturbanti in classe e quindi meno facilmente riconosciuti. Possono mantenere un rendimento apparentemente adeguato durante l’infanzia, compensando con maggior impegno o supporto familiare, per poi andare incontro a un crollo nel passaggio alla scuola secondaria.
Questo dato suggerisce la necessità di strumenti di screening più sensibili ai profili femminili per i pediatri, di una maggiore formazione degli insegnanti, di una attenzione da parte dei genitori in primis ai segnali meno eclatanti, come disorganizzazione, difficoltà nella gestione del carico scolastico o calo improvviso del rendimento.
Pur essendo molto robusto, lo studio ha dei limiti metodologici che non permettono di dimostrare un sicuro rapporto causale. Una diagnosi precoce potrebbe ad esempio essere un indicatore indiretto di altri fattori favorevoli, come famiglie più attente e più capaci di accedere ai servizi, una migliore integrazione con il sistema sanitario, o contesti scolastici più sensibili ai problemi comportamentali. Inoltre, i casi diagnosticati tardivamente potrebbero differire clinicamente da quelli diagnosticati precocemente. È possibile che alcuni soggetti con diagnosi tardiva abbiano forme meno severe durante l’infanzia e sviluppino difficoltà solo quando le richieste scolastiche aumentano. Anche la mancanza di informazioni dettagliate sulla gravità dei sintomi, la presenza di comorbilità psichiatriche, l’aderenza al trattamento, la tipologia di supporto ricevuto non permette di ben comprendere quali interventi siano maggiormente responsabili del beneficio osservato.
Lo studio suggerisce alcune indicazioni operative volti in particolare a monitorare con particolare attenzione il passaggio dalla scuola primaria alla secondaria, a prevedere percorsi di supporto intensivo per gli adolescenti diagnosticati tardivamente e a costruire programmi specifici per prevenire l’abbandono scolastico nei soggetti diagnosticati tra i 13 e i 16 anni. Il messaggio per la nostra pratica pediatrica è netto: individuare precocemente l’ADHD non significa solo trattare i sintomi, ma intervenire su una traiettoria di vita, limitando il rischio di esclusione educativa e sociale.
Pier Luigi Tucci
Age at First Attention-Deficit/Hyperactivity Disorder Diagnosis and Educational Outcomes
L. Volotinen, et al.
doi: 10.1001/jamapsychiatry.2026.0181



