Come il cibo ultraprocessato ridisegna il cervello dalla gravidanza alla maturità

A cura di Marzia Guarnieri

Quanto influisce ciò che mangiamo non solo sulla nostra bilancia, ma sulle strutture stesse del nostro cervello? I prodotti ultra-processati (UPF), ricchi di additivi, come coloranti, potenziatori di sapore, zuccheri raffinati, sodio e grassi idrogenati a fronte di un apporto nutrizionale quasi nullo, sono ormai presenza fissa nelle nostre diete per oltre il 50% e contribuiscono non solo ad aumento di peso, obesità, diabete, disturbi cardiovascolari, ma anche a disturbi delle funzioni neurologiche come depressione, ansia,  iperattività.

Una recente revisione medica analizza l’impatto dei cibi ultra-processati in tre periodi critici dello sviluppo del cervello:

1. FASE PRENATALE. La nutrizione materna durante la gravidanza è fondamentale. Una dieta ricca di cibo ultra-processato altera lo sviluppo cerebrale del feto, interferendo con lo sviluppo della corteccia prefrontale, essenziale per la gestione delle emozioni e delle funzioni cognitive e il sistema di ricompensa dopaminergico, predisponendo il nascituro a un maggior rischio di dipendenze alimentari e alterazioni comportamentali in età pediatrica.

2. ADOLESCENZA: L’adolescenza rappresenta il secondo periodo critico per la plasticità cerebrale. In questa fase il cervello sta completando la maturazione dell’area prefrontale per cui la combinazione elevata di grassi e zuccheri tipica degli UPF provoca picchi dopaminergici estremi creando un circolo vizioso di “desiderio compulsivo”.  Un maggiore consumo di UPF negli adolescenti si associa ad un calo delle funzioni esecutive (attenzione, pianificazione, controllo degli impulsi) e ad un incremento di disturbi d’ansia e sintomi depressivi.

3. ETÀ ADULTA: Negli adulti, l’esposizione cronica agli UPF innesca meccanismi di neurodegenerazione sistemica. La carenza di fibre e l’eccesso di additivi alterano il microbiota intestinale, aumentando la permeabilità dell’intestino e scatenando neuroinfiammazione. Studi a lungo termine evidenziano una correlazione tra diete ad alto contenuto di UPF e la riduzione del volume dell’ippocampo (la struttura chiave della memoria), aumentando significativamente il rischio di demenza e declino cognitivo.

Il cibo ultra-processato quindi, non è semplicemente “ipercalorico”: altera la chimica cerebrale, la plasticità neuronale e l’asse intestino-cervello fin dalla vita uterina. Educare alla riduzione degli UPF, soprattutto per donne in gravidanza e adolescenti, non è più solo una prevenzione metabolica, ma una vera e propria strategia di tutela della salute mentale e cognitiva.

Riferimento studio: Mottis, G., Kandasamey, P., & Peleg-Raibstein, D. (2025). The consequences of ultra-processed foods on brain development during prenatal, adolescent and adult stages. Frontiers in Public Health.