Linee guida per le donne in gravidanza con esposizione al virus del vaiolo delle scimmie

Il progressivo aumento dei casi di vaiolo delle scimmie sta portando a tutta una serie di attenzioni su come diagnosticarlo e sulle modalità di trasmissione. La definizione ad esempio dell’ Agenzia britannica per la salute e la sicurezza di un probabile caso di vaiolo delle scimmie come “una persona con un’eruzione cutanea inspiegabile su qualsiasi parte del corpo più uno o più sintomi classici dell’infezione da vaiolo delle scimmie dal 15 marzo 2022 e uno dei due: ha un collegamento epidemiologico a un caso confermato o probabile di vaiolo delle scimmie nei 21 giorni precedenti l’esordio dei sintomi; o riportato una storia di viaggio nell’Africa occidentale o centrale nei 21 giorni prima dell’insorgenza dei sintomi; o è un uomo gay, bisessuale o altro che fa sesso con uomini” non sembra essere più sufficiente. Infatti in molti casi confermati mancano una storia di viaggio o contatti con casi legati al viaggio o con l’Africa occidentale o centrale. Il 21 maggio 2022 l’OMS ha segnalato un focolaio globale emergente di infezione da virus del vaiolo delle scimmie, con trasmissione comunitaria documentata tra persone a contatto con casi sintomatici in paesi non endemici.

Quindi la trasmissione all’interno della comunità che è già in corso fa pensare ad altre modalità di trasmissione da valutare attentamente.  Le lezioni apprese dal recente passato con SARS-CoV-2 possono essere applicate anche per il vaiolo delle scimmie anche se sembra improbabile che il vaiolo delle scimmie causi tanti danni quanto il COVID-19? Ricordiamoci che la diffusione precoce di SARS-CoV-2 avrebbe potuto essere mitigata se le definizioni iniziali dei casi fossero state meno rigorose e se i test comunitari estesi fossero stati implementati prima. Questo approccio è particolarmente importante per le donne in gravidanza, perché la loro probabilità di infezione è alta a causa della riapertura delle frontiere post-COVID-19 e dei viaggi tra i paesi che attualmente stanno vivendo un’epidemia. Sappiamo infatti ad esempio da uno studio su quattro donne incinte della Repubblica Democratica del Congo infettate dal virus del vaiolo delle scimmie (probabilmente con il clade del virus dell’Africa centrale) tra il 2007 e il 2011, che due hanno avuto aborti spontanei precoci e una ha avuto una perdita nel secondo trimestre a 18 settimane di gestazione. Il feto morto presentava un’eruzione cutanea generalizzata e il DNA del virus del vaiolo delle scimmie è stato rilevato nel tessuto fetale, nel cordone ombelicale e nella placenta, a conferma della trasmissione verticale del virus del vaiolo delle scimmie.

Anche se i dati di sequenziamento genomico suggeriscono che il virus del vaiolo delle scimmie dell’Africa occidentale sia responsabile dell’attuale focolaio, e sia associato a una malattia più lieve e a un tasso di mortalità inferiore nelle persone non gravide, gli effetti di questo clade in gravidanza sono sconosciuti.

In questo lavoro viene proposto un algoritmo di gestione clinica per le donne in gravidanza con sospetta esposizione al virus del vaiolo delle scimmie, che parte appunto da una evoluzione della definizione iniziale e che comprende qualsiasi donna incinta che si presenti con linfoadenopatia ed eruzione cutanea vescicolo-pustolosa, inclusa l’eruzione cutanea localizzata nella regione genitale o perianale, anche se non ci sono apparenti collegamenti epidemiologici.

Ovviamente queste raccomandazioni dovrebbero essere adattate alle linee guida locali e aggiornate man mano che emergono ulteriori informazioni.

La conferma diagnostica si ottiene dal test di amplificazione dell’acido nucleico con PCR in tempo reale o convenzionale per il virus del vaiolo delle scimmie da vescicole o lesioni genitali. Vanno inoltre escluse  altre infezioni ( p. es., varicella, varicella zoster, herpes simplex, cancro sifilitico, gonorrea o mollusco contagioso) poiché potrebbero assomigliare al vaiolo delle scimmie in gravidanza.

Viene anche evidenziata la necessità del monitoraggio ecografico fetale nei casi di infezione materna da virus del vaiolo delle scimmie, per valutare la presenza di anomalie ecografiche come epatomegalia fetale o idrope. Così come l’opportunità anche di testare donne in gravidanza asintomatiche con una significativa esposizione al virus del vaiolo delle scimmie per identificare coloro che richiedono un follow-up ecografico fetale. Non sapendo se il virus sia rilevabile nel liquido amniotico, anche se è possibile, come per altri virus, che venga sparso nel liquido amniotico solo quando i reni fetali producono urina sufficiente (cioè, dopo 18-21 settimane di gestazione), bisogna valutare, al momento del parto, la presenza della carica virale nel sangue del cordone ombelicale e nella placenta e l’analisi PCR in tempo reale dei campioni ottenuti dal neonato.

La proposta prende da ultimo in esame le varie possibilità di trattamento, sia con le immunoglobuline tecovirimat, sia con i vaccini ( l’uso di emergenza del vaccino vivo contro il vaiolo ACAM2000, o il MVA-BN) con tutti i loro rischi.

Pier Luigi Tucci

 

Guidelines for pregnant individuals with monkeypox virus exposure

Pradip Dashraath, et al.

https://doi.org/10.1016/S0140-6736(22)01063-7