Le microplastiche si trovano fuori dalla natura e all’interno del corpo, ma le prove dei rischi per la salute sono non conclusive

Le microplastiche, particelle di plastica più piccole di 5 mm, sono oramai una presenza ubiquitaria, dalle profondità della Fossa delle Marianne alle vette dell’Everest, e parte del problema è che la maggior parte delle plastiche non è biodegradabile: anche se si frammentano continuamente in pezzi sempre più piccoli – diventando infine nanoplastiche che vanno da 1 nm a 1000 nm – questi pezzi possono impiegare decenni o secoli in più rispetto alle fibre naturali, come il cotone o il lino, per decomporsi completamente. E’ stato stimato che 1,3 milioni di tonnellate di microplastiche provenienti da pneumatici, tessuti, pellet di produzione e prodotti per l’igiene personale abbiano  rappresentato l’inquinamento da plastica nel 2016 solo nell’oceano.

Le microplastiche sono state recentemente rilevate nei polmoni umani e in campioni di sangue.

Nei polmoni, per le dimensioni, concentrazione e localizzazione, si sospetta che le microplastiche siano state probabilmente inalate. Non solo inaliamo microplastiche, ma anche le ingeriamo. Si stima che gli esseri umani consumino fino a 52 000 particelle di microplastica all’anno – e questa stima aumenta fino a 121 000 se si tiene conto di quelle inalate, e inoltre c’è la possibilità che le particelle passino attraverso l’intestino e vengano assorbite nel flusso sanguigno.

Tuttavia, nonostante l’ubiquità delle microplastiche, gli scienziati non hanno ancora trovato prove sufficienti che il consumo di queste particelle sia dannoso per la salute umana. Non sappiamo ancora se l’esposizione alle microplastiche possa causare gravi effetti sulla salute, ma diventa ogni giorno più evidente che l’inquinamento da particelle di plastica negli alimenti, nell’acqua e nell’aria potrebbe rappresentare un serio pericolo per la nostra salute. Anche se le misurazioni dell’esposizione interna delle particelle di plastica nei fluidi e nei tessuti del corpo umano sono ancora agli inizi, elemento essenziale per determinare i rischi delle microplastiche per la salute umana, sempre più numerosi studi evidenziano la presenza di microplastiche in varie patologie (concentrazione di microplastiche significativamente più alta nelle feci di pazienti affetti da malattie infiammatorie intestinali rispetto alle feci di pazienti sani, la loro influenza negativa sulle funzioni cellulari anche collegate alla loro diversa forma, irregolare o sferica, bronchite cronica e altri problemi respiratori collegati ad alti livelli di esposizione alle microplastiche sul posto di lavoro).

Le nanoplastiche possono attraversare la barriera emato-encefalica? Gli scienziati hanno confermato, attraverso modelli di roditori in vivo e dati in vitro, che le microplastiche di piccole dimensioni sono in grado di raggiungere il cervello, ma nell’uomo?

Ma i virus possono attaccarsi alle microplastiche? Alcuni parassiti protozoi zoonotici sono stati in grado di agganciarsi alle microplastiche – comprese le microfibre di poliestere – nell’acqua di mare per un periodo di 7 giorni. Alcuni microbi e virus, tra cui il rotavirus SA11, possono aderire alle microplastiche in acqua dolce per almeno 2 giorni. Rispetto ai virus che andavano alla deriva da soli, i virus sono sopravvissuti più a lungo quando sono stati attaccati a particelle sintetiche, che li hanno protetti da cloro, ozono e radiazioni UV. Questa potenziale nuova via di diffusione e persistenza virale nell’ambiente non permette di affermare ancora che ci sia il rischio di ammalarsi a causa dei virus legati alle microplastiche. Al riguardo sarà importante valutare se i virus persistono anche nelle microplastiche che raggiungono gli impianti di trattamento delle acque reflue, dato che le acque reflue domestiche sono solitamente contaminate da agenti patogeni che possono infettare gli esseri umani.

E’ evidente, e indispensabile, la necessità di sforzi globali per ridurre l’inquinamento da plastica (se le tendenze di produzione e gestione dei rifiuti continueranno a seguire le traiettorie attuali, si prevede che entro il 2050 circa 12 miliardi di tonnellate metriche di plastica scartata finiranno nelle discariche o nell’ambiente). Così come la ricerca dovrà concentrarsi sulla metabolizzazione, sull’interazione con i tessuti biologici, sul rischio di malattie dovute all’esposizione e sugli impatti a lungo termine. 

Pier Luigi Tucci

 

Microplastics Are Found Outside in Nature and Inside the Body—but Evidence of Health Risks Is Inconclusive

Melissa Suran,

doi:10.1001/jama.2022.11254