Anche se la sialolitiasi è una situazione rara in età pediatrica (su 1 su 10.000-15.000 della popolazione generale circa il 3% è attribuito alla popolazione pediatrica), è una diagnosi importante da prendere in considerazione in un giovane paziente con gonfiore facciale, soprattutto perché i suoi sintomi non sono patognomonici, e perché se non trattata può essere estremamente penosa per il paziente e la sua famiglia, in quanto può portare a una significativa compromissione della qualità della vita, come il dolore e il gonfiore ripetuti durante l’alimentazione, l’infezione e infine l’intervento chirurgico con le sue complicazioni e sequele talvolta permanenti.
Tra i fattori predisponenti che aumentano la stasi salivare o diminuiscono il flusso salivare, fornendo così condizioni favorevoli alla precipitazione del calcio, sono stati presi in considerazione l’agglomerazione dei sialomicroliti, le variazioni anatomiche del diametro e della lunghezza dei dotti salivari e l’alterazione della composizione biochimica acido-base della saliva.
La diagnosi è clinica e strumentale, e questa comprende varie opzioni: radiografie tradizionali, sialografie, ecografie, tomografia computerizzata (TC) e risonanza magnetica (RM).
Il suo trattamento è inizialmente conservativo (l’idratazione o la stimolazione del flusso salivare attraverso la terapia sialogica o il massaggio della ghiandola), ma in caso di fallimento storicamente il trattamento tendeva alla sialectomia completa, associata purtroppo al rischio di lesioni nervose e di cicatrici antiestetiche, che non sono ideali soprattutto nei bambini. Per questo negli ultimi 20 anni la gestione dell’ostruzione salivare è cambiata radicalmente e si è affermata la preferenza per approcci più mini-invasivi alla sialolitiasi, quali la sialoendoscopia introdotta per la prima volta nel 1991 ed è cresciuta in popolarità grazie al suo approccio minimamente invasivo e alla possibilità di incorporare altri strumenti microscopici durante l’intervento, la litotrissia extracorporea a onde d’urto, descritta per la prima volta nel 1989 per i calcoli salivari.
Manca un consolidamento della letteratura su questo argomento, e l’obiettivo di questa revisione è stato quello di valutare sistematicamente l’evidenza della sialolitiasi pediatrica, descriverne le caratteristiche e dimostrare il cambiamento nel paradigma di trattamento.
Sono stati inclusi nella revisione 41 studi con 243 pazienti di età inferiore a 18 anni, di cui 40 erano case report o serie. La maggior parte dei calcoli è stata trovata nella ghiandola sottomandibolare (n = 210, 85,4%) e si trattava di calcoli singoli (n = 101, 71,1%). La dimensione media dei calcoli era di 7,7 mm.
La modalità di diagnostica per immagini più comunemente utilizzata è stata l’ecografia (n = 73, 47,4%), rispetto alla radiografia semplice che era preferita negli anni precedenti. Allo stesso modo, storicamente si preferiva l’escissione a cielo aperto della ghiandola, ma dal 2000 la sialoendoscopia ha rappresentato il 40,5% di tutte le modalità di trattamento e continua ad aumentare la sua prevalenza, fino al 52,1% entro il 2020. La litotrissia extracorporea a onde d’urto è stata associata al tasso di complicanze più elevato, pari al 54,2%.
Questa revisione evidenzia come la diagnosi e la gestione della sialolitiasi in età pediatrica siano rapidamente evolute negli ultimi cinquant’anni. La modalità di imaging più utilizzata è passata dalla radiografia all’ecografia, risparmiando radiazioni ai bambini e mantenendo un’elevata capacità diagnostica: la sialoendoscopia è emersa in prima linea tra i metodi diagnostici e terapeutici. Il crescente interesse di ricerca in questo campo dovrà portare anche a studi prospettici multicentrici di alta qualità su larga scala per qualificare meglio l’efficacia e la sicurezza della sialoendoscopia per la sialolitiasi pediatrica.
Pier Luigi Tucci
The changing landscape of pediatric salivary gland stones: A half-century systematic review
TanyaChen, et al.
