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A cura di Giovanni Fasani

Tra i medici che nel XIX secolo si sono interessati, anche in modo non prevalente, degli aspetti sanitari dell’infanzia e che hanno dato alle stampe pubblicazioni relative alle malattie dei bambini, ho rinvenuto un curioso manuale di Oscar Giacchi edito nel 1879 dal titolo Le malattie ereditarie, epidemiche e contagiose dei bambini (fig. 1),

Le malattie ereditarie, epidemiche e contagiose dei bambini

Fig. 1

che l’autore definisce “lezioni di medicina al popolo”. Si tratta di un volume di 227 pagine scritto in modo gradevole ed arguto  con frequenti giudizi ironici, o peggio sarcastici, sui suoi colleghi e sulle usanze sanitarie dell’epoca. Oscar Giacchi, nacque a Monsummano (PT) nel 1834 e morì a Racconigi (CN) nel 1907. Ebbe otto figli. Dopo essere stato per vent’anni medico condotto (p. 17), proseguì la professione quasi esclusivamente come neuropsichiatra. Divenne Direttore del Manicomio di Fermo e successivamente di quello Racconigi ove rimase fino la 1879, anno della sua scomparsa. A Racconigi raccolse i maggiori consensi per la illuminata gestione dell’Ospedale Psichiatrico. L’ospedale era stato aperto nel 1871 nell’edificio restaurato dell’antico Ospedale della Carità costruito nel 1789 su disegno dell’architetto Giuseppe Ottino. Fu anche presidente del Comitato di Studi sulla morte apparente, istituito a Napoli nel 1897. Numerose sono i suoi contributi nell’ambito neuropsichiatrico, come ad esempio quelli sull’isterismo, sull’ipocondria, sulla “patologia dell’amore”, sull’alcolismo, sulla satiriasi (aumento morboso dell'istinto sessuale nel maschio) e sulla “melanconia spermatica” (Aliverti).  Il Giacchi si interessò tuttavia anche ad altri campi della medicina e del sapere. Tra le sue pubblicazioni troviamo un’opera sulla la corretta alimentazione (Il medico in cucina, recentemente ristampata dall’Editrice Ipsa di Palermo) (fig. 2),

Il medico in cucina

Fig. 2

una pubblicazione sui rapporti tra igiene e decadenza fisica ed un’altra sui rapporti tra igiene ed economia politica! Suoi anche lavori relativi all’angina difterica, alla necessità di riprendere in esame le leggi sulla pena di morte ed alcune note sulla scrofola e sulla sifilide. Il manuale in questione sulle malattie dell’infanzia e preceduto da una dedica particolare alla moglie: “Mia cara Valentina.  Non potendo sperare, per cento e più ragioni, di diventare Senatore o Deputato… ti dedico, come pegno di affetto coniugale, questo libretto di interesse eminentemente familiare. E te lo dedico … perché sicuro, sicurissimo, che noi seguiteremo, finché Dio ci darà vita, a mangiare tranquillamente alla medesima mensa, ed impararvi, coll’esperienza giornaliera, quanto giovi un desinare amico dell’igiene e gustato in santa pace.  Accetta adunque, il mio regalo, e persuaditi, mia cara, che se tutti avessero, come noi, la bellezza di otto ragazzi sulle spalle…
Uno dei principali motivi che spinsero il Giacchi a scrivere quest’ultima pubblicazione, come egli confessava agli amici conte Colli-Raccamadoro e contessa Bonafede, era quello di voler soddisfare la curiosità dei suoi lettori sulle “principali e più frequenti malattie dell’infanzia; lavoro – al solito – tutto alla casalinga e senza pretensioni”. Egli si diceva certo che il suo sforzo sarebbe stato apprezzato in quanto teso a “ad istruire il popolo nell’assistenza ai bambini infermi, tanto spesso vittime dell’incuria e di superstizioni che fanno certo torto marcio a questo secolo, che si dice eminentemente progressista e umanitario.” Sosteneva infatti il medico toscano che “In Italia nelle classi meno colte e meno agiate domina la stolta convinzione che i bambini non si debbono curare e, se il bisogno incalza e stringe i panni addosso, a tutto si ricorre fuorché all’arte illuminata…”!
Il primo capitolo si apre con una osservazione sui generis ovvero che il principio in base al quale dovremmo essere cinicamente grati alla “…provvidenza, che colle malattie, colle pestilenze e col cannone, ha pensato a uno spurgo giornaliero per mantenere in regola il bilancio”, è del tutto inaccettabile per l’età infantile. Ciò che irrita il medico toscano è il fatto “...che si debba ammalare un povero bambino, che, straniero agli affetti e alla ragione, non conobbe ancor la colpa…”. “E’ uno di quei bocconi troppo duri che non posso digerire”! Il Giacchi sottolinea come, a suo modo di vedere, “… le malattie dell’infanzia e della prima giovinezza, soprattutto quelle lunghe e dolorose, sono vere e reali sciagure che affliggono l’individuo, la famiglia e la Nazione”.  Delle oltre 220 pagine del volume, trarremo solo alcuni spunti delle prime “lezioni”, che avevano per tema: la “chiacchierata o prefazione”, “l’igiene dei bambini malati e convalescenti” e alcune prescrizioni dietetiche, spesso curiose e in contrasto con le opinioni dei colleghi.  In queste prime “lezioni”, il Giacchi, prima di addentrarsi nei capitoli delle malattie ereditarie, epidemiche e contagiose, prende in esame alcuni principi generali di assistenza al bambino malato, con alcune osservazioni che mantengono anche oggi una loro validità. La prima ad esempio è la difficoltà di visitare i figli dei nobili e dei benestanti: “Se si tratta poi del figliolino di un conte, di un marchese o di qualche altro pezzo grosso, le difficoltà (di visitare) crescono. Preferirei sempre curar piuttosto cento peccatori e dugento peccatrici, che aver a che fare con queste adorabili ed innocenti creature, che appena li guardi fan conto di aver visto il diavolo, appena li tocchi strepitano come se venissero scannati”. La seconda ancor più risentita che: “Ogni medico, per quanto sapiente ed esercitato, può trovarsi davanti al doloroso disinganno….: nel pronostico delle malattie infantili è dove batte più facilmente la capata questo povero diavolo (il medico), da cui la società pretende che conosca a suo vantaggio i più astrusi segreti della vita, e che sappia etiandio squarciare il velo del futuro”  Va sottolineato che il medico toscano, pur dimostrando di non essere un “astensionista” in tema di utilizzo dei mezzi terapeutici allora a disposizione, sottolineava comunque l’importanza del principio fondamentale: “primum non nocere”. Per cui “…a conti fatti è molto meglio medicar con parsimonia, che tormentare con tanti intrugli un povero bambino; ma questa massima però, come tutte le massime, deve essere rispettata nei giusti confini”. Egli riteneva infatti che i delicati equilibri dell’organismo infantile, a maggior ragione durante i periodi di malattia, andassero rispettati e che il bambino andasse curato con la massima attenzione e delicatezza evitando l’uso di terapie troppo aggressive. Aggiungeva che “…la Natura, la forza medicatrice degli antichi, agisce molte volte a conto proprio, e rimedia all’impotenza, e perfino agli spropositi di noi, che senza nemmeno domandarle il permesso, ci qualifichiamo suoi ministri”. Solo “… quando il nemico è forte e minaccia da vicino, il soccorso deve essere il più possibile sollecito ed energico”.  A favore delle sue teorie ricordava ad esempio il caso clinico di “un ragazzetto, che dovette morire per cancrena in seguito di un vescicante applicatogli al petto nell’ultimo periodo di una bronchite genuina; e rammenterò sempre la disperazione di quel povero padre che, contro il mio parere, volle ricorrere a questo rimedio celebrato della vecchia scuola”. Altrettanto critico si dimostrava, ad esempio, nei confronti dell’eccessivo ricorso ai clisteri. Pur senza volerne demonizzare la valenza terapeutica dei “lavativi” in alcuni casi specifici, riteneva infatti che spesso ne venisse fatto un utilizzo eccessivo e improprio:  “…un pietoso esercizio… di cui  spesso le mamme, i parenti e le governanti fanno uso ed abuso e la cui gloriosa istoria si perde nel buio dei primissimi tempi della scienza”. E rincarava la dose osservando che “i poveri piccini debbono, o per amore o per forza farsi sciacquare le budella per il solito dalle mani venerande della nonna che esercita questo ufficio delicato e importante   con tutta la pompa padronale per confermare alla nuora i suoi gerarchici diritti”. Dava poi alcuni consigli sulla somministrazione dei farmaci prendendo a prestito i versi del Tasso:

Così all’egro fanciul noi diamo aspersi
Di soave liquor gli orli del vaso:
Succhi amari ingannato intanto ei beve
E dall’inganno suo vita riceve

Attento alla compliance sosteneva: “A me sembra miglior regola, e più sbrigativa, di preferire quei farmaci che presentano un piccolo volume, quali le polveri che possono mescolarsi con lo zucchero. Le pillole vanno affatto proscritte perché difficoltosissime a buttarsi giù e perché, se rivestite di intonaci, si digeriscono assai male. I decotti e gli infusi vengono più o meno accettati facilmente, quando vi si aggiunga una conveniente quantità di giulebbe (acqua di rose) o meglio rosolio di alchermes (cannella, chiodi di garofani, cardamomo, vaniglia, acqua di rose” (figg. 3 – 4).

 

Chiodi di garofano

Fig. 3

Cardamomo

Fig. 4

E ancora: “ Una solenne minchioneria è quella di disturbare il sonno per amministrare le medicine, mentre il riposo nell’età infanitle è necessario quanto l’aria e quanto il vitto e più giovevole di tutti i guazzabugli farmaceutici”. “Guai – poi -  a lasciarsi andare a rimedi intempestivi e troppo energici”. Il Gracchi ricordava il caso del “nipotino di un suo buon amico ucciso, a rigor di parola, a colpi di lancetta e a morsi di mignatta, senza contare i vessicanti, i senapismi e le altre crudeltà. E tutto questo per una semplice bronchite, che sarebbe guarita con l’acqua inzuccherata, o tutto al più con qualche grano oppio o giusquiamo” (figg. 5 – 6).

 

Papaver somniferum

Fig. 5

Giusquiamo

Fig. 6

Il capitolo dedicato all’igiene è un’analisi accurata dei metodi assistenziali che il Giacchi ritiene non derogabili per ottenere una perfetta guarigione del bambino malato.  Una prima osservazione è quella sull’inutilità delle diete rigorose troppo spesso adottate a fronte della necessità di un’alimentazione sostanziosa. Vi è poi la necessità di osservare precise regole d’igiene del corpo e dell’ambiente. ”Il bagno parziale o generale è uno dei pochi mezzi curativi e preventivi di cui la medicina e l’igiene possano gloriarsi sul serio d’aver fatto acquisto, poiché la virtù benefica dell’acqua, tanto calda come fredda, tanto semplice come ricca di principi minerali, molte volte supera tutta quella che sta rinchiusa nella zucca di tanti maestri e nei barattoli di tante farmacie”. Particolare attenzione poneva alla qualità dell’aria superando la vecchia idea che la stanza del bambino malato dovesse restare ermeticamente chiusa ed il bambino stesso pesantemente coperto, al contrario il Giacchi esortava i medici ad opporsi a questo “zelo intempestivo delle persone profane all’arte salutare”. “La camera, perché riesca all’esigenze di un’igiene ben intesa, deve conservare una temperatura mite e costante, e soprattutto occorre che l’atmosfera che vi stanzia sia rinnovata di frequente, onde l’infermo non respiri i miasmi e le cattive esalazioni che provengono dalle morbose secrezioni, specialmente nelle febbri di indole infettiva”.  Ma anche l’aspetto psicologico e quello relazionale non andavano sottovalutati. Il Giacchi riteneva necessario che il medico e l’infermiera fossero di aspetto gradevole, gentili nei modi e si sforzino di riuscire simpatici al piccolo infermo (!). Bisognava insomma creare un ambiente nel quale il bambino possa trovare le migliori condizioni per una pronta guarigione: “oltre al vitto, che serve a ristorare l’organismo delle perdite, dobbiamo parimente aver riguardo a tutti gli altri agenti che invigoriscono lo stato di nutrizione e rialzano le forze”.  Criticava i suoi colleghi per l’eccessivo rigore nelle diete: “Ogni medico – di scelta o di dozzina – appena ha visitato l’infermo, scritta una ricetta più o meno complicata e fattavi sopra una filastrocca di commenti per soddisfare il cliente e la famiglia, scioglie subito un famoso panegirico sulla virtù del brodo e delle pappe, dipingendo con  sì terribili colori i pericoli di una fetta di pane, di un pezzo di carne o di una coscina di galletto, da far venir voglia di querelare il macellaro, il fornaio e il pizzicagnolo per attentato veneficio”. Ricchissima invece per il Giacchi la varietà delle carni consigliate e tra loro, da buon toscano, riteneva che fosse “da preferirsi assolutamente la carne vaccina ed in particolare la bistecca … la più potente di tutte le pietanze, balsamo salutare dei poveri di forze, farmaco destinato a brillare”. Ma un posto di rilievo spettava anche all’arrosto, al lesso e persino alla selvaggina che “è un eccellente pasto per i deboli convalescenti, quando la borsa lo permette, un fagiano, una pernice, un beccafico, un ortolano sono bocconcini sostanziosi e saporiti che fanno saltare di allegria un povero diavolo, e specialmente un diavoletto, che per molti giorni non poté stringere tra i denti che brodoloni di semolino e pangrattato”. Ed infine le uova che “dopo la carne e il pesce, occupano un posto distintissimo tra gli alimenti per la loro ricchezza in fibrina e albumina. Di quei due materiali cioè, che servono l’uno a ricostruire le masse muscolari, l’altro a fabbricare il cemento che le unisce e le tien salde. Dal canto mio sono così tenero di questo cibo delicato che, dopo mia moglie e i miei bambini, amo, più d’ogni altra creatura, la mia nera pollastrina che quasi tutti i giorni mi procura un frutto del suo ventre”.  I principi dietetici del Giacchi non sono ovviamente sempre sono condivisibili, come ad esempio l’utilità del vino”alimento e medicina insieme”, per cui afferma il Giacchi:  “…guai al babbo sconsigliato che, credendo di far bene, privasse il suo bambino rifinito da recente infermità di questo nettare dei poveri mortali, che vi trovano un sollievo alle fatiche e alle pene della vita”! Un libro curioso e gradevole che merita di essere letto per intero.

Ringrazio il Prof. Massimo Aliverti per le notizie biografiche su Oscar Giacchi.

 
Giovanni Fasani